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#hashtag marketing: quando funziona?

Fino a pochi mesi fa era il “cancelletto” che la maggior parte delle persone associava soltanto alle tastiere dei propri telefonini, ora che Twitter sta diventando mainstream anche in Italia, è il simbolo che categorizza gli update sui social network – e non solo.

A portare l’hashtag nelle case del grande pubblico – in Italia – ci ha pensato Fiorello con il suo show #ilpiùgrandespettacolodopoilweekend, ma ci sono decine di altri hashtag divenuti ormai “famosi”: dal tristemente noto #vadaabordocazzo, all’ormai senza tempo #sapevatelo – tanto per citare esempi del nostro paese.

Ecco un infographic con tutti i più popolari nel 2011:


Clicca qui per vedere l’infographic.

Ma non sono solo fenomeni che nascono dal basso, dalla gente, a servirsi degli hashtag: molti brand infatti stanno sfruttando le opportunità che offre quello che è nato inizialmente come facilitatore per gli utenti di Twitter a raggruppare i loro tweet e legarli ad un tema.

I brand presenti su Twitter sembrano essersi lanciati nella corsa a chi diventa più in fretta – e più spesso – Trending Topic, ma siamo certi che l’impegno profuso per far sì che un hashtag legato al proprio brand giustifichi i risultati ottenuti? Non è forse meglio dedicarsi ad interagire maggiormente con le persone piuttosto che far scalare la classifica del topic più discusso? È vero che la visibilità offerta dal raggiungimento di quest’obiettivo è decisamente alta, ma credo che questo possa portare un vero risultato solo se esiste una strategia di fondo a questa “corsa”. Parlo ad esempio di marche che vogliono che le persone citino una determinata #parola perché questo può portare al raggiungimento di un determinato risultato (come fa BNL per Telethoncliente di We Are Social), o di eventi sponsorizzati per cui è interessante raccogliere tutti i contributi.

Questo secondo tipo di iniziative è quella per cui probabilmente l’utilizzo di hashtag ha il maggior impatto: seguire un evento in diretta è spesso difficile, seguirlo ascoltando le voci di diverse persone, con differenti punti di vista e competenze, sarebbe quasi impossibile se tutte le conversazioni non venissero aggregate grazie all’utilizzo di hashtag: gli esempi in questo caso sono infiniti – dall’SXSW, alla più italiana Social Media Week, a qualsiasi partita di calcio (#juveroma ieri sera era TT).

Finché sono pochi i brand ad “emergere” tra gli hashtag spontanei il valore può mantenersi comunque alto, se non altro in termini di awareness, ma quando nella colonna di sinistra – accanto ai tweet – troverete 10 brand, anziché 10 argomenti nati spontaneamente, non credete che il loro utilizzo perderà di valore?

Ci sono poi casi in cui la scelta di promuovere la propria marca attraverso un promoted hashtag si è rivelata davvero infelice, come successo ad esempio a McDonald’s che ha visto il suo #McDStories trasformarsi in una raccolta di #McDHorrorStories create dai detrattori del brand.

Image: ross.grady, Flickr

 

Insomma, credo che – come sempre – l’utilizzo di un canale (come Twitter, ma anche Instagram) e degli strumenti che mette a disposizione (in questo caso l’hashtag) possa portare valore a una marca soltanto se non fine a se stesso, e soprattutto non invadente nei confronti delle persone. Voi avete in mente campagne interessanti, curiose o – perché no? – completamente #fail sviluppate da qualche brand?

Ah, potete embeddare nel vostro sito il pulsante ufficiale scaricandolo da qui.

* se non sai precisamente cosa sia un hahstag, puoi leggere qui come lo spiega Twitter stesso.

  • http://twitter.com/antonleroy antonio zuddas

    hahahha MCD fantastico. però anche le persone hanno lo stesso atteggiamento. l’intenzione è avere follower, non condividere. diciamoci la verità. o sono troppo cinico?

    • http://lucadelladora.com Luca Della Dora

      No no, ma è verissimo. Solo che almeno le persone non investono soldi. Però sì!

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