Instagram ha aggiornato la Privacy Policy ed i suoi Terms of Service (ToS): non l’avesse mai fatto. Tweet di disdegno, utenti che minacciavano una “Fuga da Instagram” (cit.), gente che addirittura pensava a come muoversi per vie legali (?!). E tutto perché? Perché Systrom – co-fondatore di Instagram – ed il suo team ha sottovalutato due aspetti: che qualsiasi testo che regolamenta qualcosa, non è di immediata comprensione per i più, e – soprattutto – che il 90% (ottimisticamente) delle persone si ferma al titolo di un post che parla di un tema che gli interessa.

È bastato quindi che rimbalzasse qualche tweet che parlava di “Instagram che venderà le vostre foto senza chiedere il permesso” o di “Facebook che prenderà le foto di Instagram per venderle ai brand: ecco giustificato il miliardo di dollari” per scatenare l’inferno.
Ma facciamo un po’ di chiarezza.: cosa dice veramente questo aggiornamento dei Terms of Service?
[...] Instagram non diviene proprietario di alcun contenuto pubblicato attraverso l’applicazione. Ma accettando questi termini garantisci ad Instagram la licenza non esclusiva, onnicomprensiva e royalty-free, trasferibile, sub-licensable, a livello globale di utilizzare i contenuti pubblicati attraverso Instagram, tranne nei casi in cui tu controlli la visibilità dei contenuti pubblicati come descritto nel Service’s Privacy Policy.
Qui al testo integrale
Insomma, queste poche righe hanno scatenato il finimondo tra tutti coloro che non riescono ad immaginare un mondo senza Earlybird applicato alle proprie Converse con le borchie: un mondo che non ha saputo aspettare l’arrivo dei Maya, e che vedrà Instagram vendere milioni di foto a chissà quale banca immagini per realizzare campagne pubblicitarie milionarie.
Instagram non ha mai dichiarato di voler vendere le immagini caricate dai propri utenti, ma le renderà semplicemente disponibili per veicolare una forma di advertising che gli permetta di monetizzare: questo non significa che Systrom o Zuckerberg o chi per loro prenderanno le foto e le cederanno ai brand, ma semplicemente farà qualcosa di molto simile a quello che fa Facebook (ma anche Twitter o Foursquare) da anni per sostenersi.
Ecco infatti cosa dicono i ToS di Facebook:
Puoi usare i controlli della privacy per limitare l’utilizzo del tuo nome o della tua immagine profilo in associazione a contenuti commerciali, sponsorizzati o legati a brand per cui hai espresso gradimento. Ci dai il permesso di utilizzare il tuo nome e la tua immagine di profilo in relazione a quei contenuti, fatta eccezione per le limitazioni di cui sopra. Non daremo agli advertisers alcuna informazione che ti riguarda senza il tuo consenso.
Qui il testo integrale
Insomma, non paiono così diversi, se non fosse che le impostazioni di privacy di Instagram sono ON/OFF, mentre per Facebook è possibile agire su diversi livelli. Ma non è questo il punto, perché alla fin fine il succo del discorso è un altro.

Facebook fino ad oggi non ha utilizzato le foto degli utenti per fare advertising, ma l’ha fatto con i contenuti dei brand e le relative interazioni degli utenti, attraverso le Sponsored Stories; e per Instagram – che non può far leva su molti altri contenuti che non siano appunto le foto e ciò che ad esso è collegato – è fondamentale introdurre dei ToS che gli permettano di far sì che applicazioni di terze parti possano fare ciò che fanno oggi: esattamente come fa – ad esempio – Twitter, che sottolinea come gli utenti rendano disponibili i propri tweet per essere usati da chiunque e ad essere utilizzabili da tutti i servizi che fanno parte del suo ecosistema.
L’errore di Instagram non è stato tanto il cambiamento nei ToS, ma il modo in cui l’ha comunicato: qualche giorno fa erano già circolate, da LeWeb, alcune notizie ufficiali legate all’introduzione di advertising di qualche tipo in Instagram, e la cosa non aveva fatto più di tanto rumore, visto anche l’interessante parallelo tra Google e Youtube come Facebook ed Instagram (parlando di indipendenza dei due brand). Se il post dal blog di Instagram non fosse stato “Abbiamo cambiato i nostri ToS”, ma fosse stato preceduto da una premessa che ne spiegava il motivo, che – in maniera non burocratese – ne sottolineasse i “non-rischi” per gli utenti,e la necessità di fare cassa in qualche modo, ecco che forse gran parte del poleverone non sarebbe stato sollevato.
Ma tant’è. Il polverone c’è stato e Systrom è già stato costretto a metterci una pezza, comunicando che a breve verranno effettuate ulteriori modifiche ai ToS per rendere ancora più esplicito il fatto che le foto non verranno vendute, ma semplicemente utilizzate per sperimentare una forma di advertising che renda Instagram un’azienda in grado di sostenersi autonomamente, senza per questo devastare la user experience degli utenti, né di prendersi i diritti delle immagini caricate.
We’ve heard you that the updates to our Privacy Policy & Terms of Service are raising a lot of questions. We’ll have more to share very soon
— Instagram (@instagram) December 18, 2012
Thank you, and we’re listening: blog.instagram.com/post/382521354…
— Instagram (@instagram) December 18, 2012
Insomma, sono piuttosto convinto che saranno in pochi ad abbandonare il servizio alla fine, un po’ perché il polverone colpisce prevalentemente gli “smanettoni”, mentre la maggior parte degli utenti non sarà neppure a conoscenza del cambiamento, un po’ perché – effettivamente – non c’è nulla di male nel sfruttare (e sfruttare non ha obbligatoriamente un’accezione negativa) i contenuti prodotti dai propri utenti per sostenere il proprio business.
Ora quello che resta da vedere è quale sarà questa innovativa forma di advertising di cui parla Systrom e quale impatto avrà – anche nel lungo periodo – sull’esperienza di utilizzo degli utenti.
Ah, e io ovviamente sono pronto a veder smentita ogni mia previsione con un annuncio tipo “Facebook vende Instagram a Getty Images: tutte foto in vendita”.

