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La sesta P del marketing è quella di Paura?

Ormai anche aziende tradizionali e diffidenti per natura si sono buttate sui social media. E il termine “buttate” non è casuale, anzi. Per capire se dietro alla presenza online c’è motivazione e un minimo di pianificazione a volte basta un’occhiata veloce ai profili creati: paesaggi desolati.

Usare male i social media

Facebook Pages senza un minimo di interazione con gli utenti – magari piene di spam di qualcuno che le sfrutta come “vetrina” – o blog con comunicati stampa invece che post, o ancora – e questo purtroppo è più la regola che l’eccezione – profili su Twitter usati solo ed esclusivamente per RT automatici dal blog…

Sarà il fatto che i social media vengono percepiti come un canale completamente gratuito – e formalmente lo sono anche eh, sarà che tutti si sentono in grado perché “l’account su Facebook ce l’ho anche io. Cosa ci vuole?!” o perché “l’importante è avere tanti fan”. In realtà per tutti questi motivi – uniti a molti altri – quella che dovrebbe essere una strada liscia liscia e in discesa, si trasforma a volte in una palude da cui uscire è difficile.

Insomma, si perde di vista l’elemento centrale dei social media, e del web in generale: le persone.

Come rircorda Hank Wasiak in questo interessantissimo post, fino a qualche anno fa il marketing girava attorno alle 4P di McCarthy. Oggi dobbiamo rivedere la questione e aggiungerne una, e non una qualunque, ma quella dalla quale dipende il grassetto dell’una o dell’altra: intorno alle Persone girano adesso tutti gli altri elementi, anzi, questa è la P che li tiene legati insieme.

4P marketing + people / 5P

Il problema è che la frenesia di non voler essere gli unici non ancora su Twitter, o di voler apparire “al passo coi tempi” – se non innovatori – unita al fatto che i social media siano formalmente un canale a costo zero è spesso una trappola.

Se le 4P “tradizionali” rappresentano variabili che un’azienda può controllare e misurare, la 5ta P è invece un territorio inesplorato, in cui si dovrebbe camminare con molta attenzione se non si ha a disposizione una buona guida. Ecco, molti brand decidono di partire all’avventura, di inoltrarsi nella giungla per poi pentirsene quando il blogger di turno li sbugiarda o la community si ribella.

Per rendersi conto della complessità, ma anche delle opportunità, delle conversazioni online è sufficiente osservare il Conversation Prism di Brian Solis:

"Conversation Prim", "Brian Solis"

L’interazione top-down è ormai un ricordo: stiamo andando verso un quasi totale bilanciamento, e in alcuni casi (quelli in cui si chiede a fruitori del prodotto di parlarne ad esempio) di un ribaltamento della prospettiva.

Se prima i brand si facevano belli con i propri siti vetrina, o disseminavano la rete di informazioni e promozioni untargeted, oggi le voci che contano sono quelle dei milioni di utenti che ogni giorno parlano, contestano e santificano i prodotti o i servizi delle aziende: sono gli influencer – e le masse di utenti – a decidere se si debba parlare bene o male di uno shampoo o dell’ultimo hamburger di McDonald’s (tanto per citare un caso “fresco fresco”).

Insomma, siamo nell’era della conversazione, dell’ascolto e della risposta, della conoscenza vera del consumatore: in fondo è da sempre il sogno di ogni brand manager conoscere uno per uno tutti quelli che mangiano le sue merendine, no?

Oggi ci sono gli strumenti per farlo. Posso ascoltare cosa dicono dei miei prodotti, posso discutere per capire se veniamo percepiti come cool o come sfigati, posso interagire one-to-one con ogni mio cliente, oppure posso tweettare offerte limitate nel tempo superpersonalizzate, o far sì che siano i follower stessi a promuovere il mio prodotto. Posso addirittura sapere quante volte, a che ora e con chi viene un cliente nel mio bar! Ah, e magari sapere anche se gli è piaciuto il caffé.

Incredibile, vero? No. Incredibile che nonostante la quantità di strumenti a disposizione ci si ostini a voler fare da soli perché “tanto è gratis”.

Fortunatamente ci sono anche tanti – tantissimi – esempi di aziende che agiscono in modo spettacolare, e che anzi segnano nuove strade da percorrere per tutti gli altri, ma a volte per parlare delle eccellenze è necessario partire dai “DON’T”.

Secondo voi dove sta il vero problema? Tutta una questione di budget e convinzione di poter fare da soli, oppure alla quinta P dobbiamo aggiungerne una sesta: quella di Paura? Il fatto che molte startup (vedi Foursquare…tanto per citarne una a caso) stiano crescendo in fretta, e raccogliendo tanti consensi, fa sperare in positivo. Sì, anche per noi italiani che ci arriviamo sempre dopo, ma ci arriviamo.

  • http://twitter.com/simon Simone Brunozzi

    Ciao Luca. Sono giunto qui da Lisa (tua compagna di classe alle superiori). Bel blog. Complimenti :)

    • http://lucadelladora.com Luca Della Dora

      Grazie Simone! E salutami Lisa, che è un po’ che non la vedo. :)

  • http://twitter.com/simon Simone Brunozzi

    Ciao Luca. Sono giunto qui da Lisa (tua compagna di classe alle superiori). Bel blog. Complimenti :)

  • Antonio Severino

    Credo che la sesta P sia soprattutto “Profitto”. Le aziende tendono a diffidare o, peggio ancora, ad ignorare tutto ciò che non porta ad una immediata monetizzazione. Soprattutto se è una cosa che non conoscono/non capiscono.

    • http://lucadelladora.com Luca Della Dora

      Il Profitto però è sempre stato al centro dei pensieri di qualsiasi azienda – anche delle più illuminate – mentre, ad esempio, negli anni Ottanta/Novanta la Paura in ambito pubblicitario non esisteva. Durante l’epoca d’oro dell’adv gli investimenti non erano rallentati dalla paura di sbagliare, ma vivevano di impennate per la convinzione di trovarsi di fronte a qualcosa di nuovo, magico.

  • Pingback: Tweets that mention La sesta P del marketing è quella di Paura? | Luca Della Dora, Thoughts and sights // Social Media, Location Based Marketing, Photography -- Topsy.com

  • http://lucadelladora.com Luca Della Dora

    Grazie Simone! E salutami Lisa, che è un po' che non la vedo. :)

  • Antonio Severino

    Credo che la sesta P sia soprattutto “Profitto”. Le aziende tendono a diffidare o, peggio ancora, ad ignorare tutto ciò che non porta ad una immediata monetizzazione. Soprattutto se è una cosa che non conoscono/non capiscono.

  • http://lucadelladora.com Luca Della Dora

    Il Profitto però è sempre stato al centro dei pensieri di qualsiasi azienda – anche delle più illuminate – mentre, ad esempio, negli anni Ottanta/Novanta la Paura in ambito pubblicitario non esisteva. Durante l'epoca d'oro dell'adv gli investimenti non erano rallentati dalla paura di sbagliare, ma vivevano di impennate per la convinzione di trovarsi di fronte a qualcosa di nuovo, magico.

  • Blase03

    In realtà la 5 p non è people ma personal ,ovvero, il PERSONALE all’ interno della nostra azienda che va a riprendere il marketing interno o aziendale come preferite detto ciò vorrei specificare che il marketing generale è in continua evoluzione come il marketing mix che ne fa parte. Quindi la 6 p potrebbe essere PEOPLE e infine perchè non aggiungere anche altre forme sempre con una logica fondata e testata e soprattutto funzionale.

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