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Quasi quasi mi compro un fan

“L’80% dei fan e dei follower delle aziende italiane è finto”. Inizia così un articolo che campeggia in homepage di Corriere.it. Stesso tono perentorio si ritrova anche su ilSole24ore.com, che parla di “Mercato nero 2.0″.

Twitter Fake follower

Non c’è uno straccio di riferimento a ricerche, studi o statistiche. Non ci sono link a fonti autorevoli. Niente. Certo, domani Facebook entrerà ufficialmente a Wall Street: il tema è caldo, e dei titoloni del genere non possono che far rumore.

La prima domanda che viene da porsi è appunto “da dove saltano fuori questi dati?”, “qual è l’accuratezza di questa informazione?”, ma soprattutto “è una novità dell’ultim’ora? Un fenomeno fresco fresco?”.

Non diciamo sciocchezze.

Per chi si avvicina al social web è normale vedere il numero di follower/fan come indicatore principale del successo (o dell’insuccesso) di una pagina, ma ci si aspetta che delle testate autorevoli, come dovrebbero essere il Corriere della Sera ed il Sole24Ore, riportino delle notizie fondate, che poggino su dei dati concreti, e soprattutto che non parlino di qualcosa che si discuteva nel 2006.Apple 1984
Ne parlavo in un post un paio d’anni fa: il valore di un fan/follower è nullo se non viene attivato in qualche modo, quindi perché portarsi a casa migliaia di “fantasmi” se poi il loro contributo nei luoghi che il brand presiede è assolutamente nullo? Certo, forse per farsi belli agli occhi del cliente nel momento in cui gli si presenta un report con tassi di crescita esaltanti, in cui si dimostra di aver superato il proprio competitor in termini di follower/fan.

Ma ha senso? Il ruolo di un consulente non dovrebbe essere anche quello di alfabetizzare i propri clienti? Di spiegargli che una fanpage – ad esempio – con 5 milioni di Like, ma un engagement rate nullo, ha senso quanto un annuncio 6×3 piazzato in mezzo al deserto del Nevada. A 5km dalla strada principale.

Lo davo per scontato, credevo che il codice Womma fosse ormai seguito da chiunque lavori in questo settore. Evidentemente mi sbagliavo, e mi sbagliavo anche a ritenere autorevole un quotidiano che pubblica in homepage un articolo basato sull’aria fritta.

Ma cosa aspettarsi da chi fa leva su articoli come “Shakira morsa da un leone marino” o “La Smart della Minetti sul marciapiede”.

Corriere

Ah, sarò stato fortunato io probabilmente, ma in nessuna delle agenzie in cui ho lavorato nessuno si è mai sognato di dirmi “compriamo un fan/follower”. Sarà un caso…

  • Kammanunfa

    Esatto, fortunatamente i clienti si stanno accorgendo sempre di più che avere un alto numero di fan ma un engagement rate basso non porta nulla all’azienda. Se poi i quotidiani costruiscono un intero articolo sull’esternazione di un solo “guru del settore” beh, il giornalismo sta ufficialmente morendo.

    • http://lucadelladora.com Luca Della Dora

      Che poi, forse mi sbaglio, ma il “guru” a cui fai riferimento si occupa più che altro della costruzione di siti web, più che di social web. Che poi dovrebbero essere due mondi vicini è un altro discorso…

  • http://twitter.com/TBWA_G1 TBWAG1

    Poco tempo fa e’ uscita una ricerca che sosteneva che anche i brand piu’ affascinanti, come Nike ad esempio, in realta’ avevano un livello di engagement bassissimo. Io ho sempre piu’ il sospetto che quelle che vogliamo chiamare “conversazioni” sono l’ennesima pippa di noi markettari. Alla fine la gente, per la maggior parte, non conversa. Al limite commenta una cosa. Quelli davvero “vocal” sono una percentuale minima. E se questo e’ vero, alla fine i vari Social Network non sono altro che una versione graficamente evoluta e piu’ flessibile degli RSS, un modo per stare informati.
    http://adage.com/article/digital/sexy-brands-struggle-low-engagement-facebook/232993/

  • http://twitter.com/Gerardity Alessandro Grespan

    Sinceramente non capisco nemmeno lo sdegno di bloggers e opinion leaders italiani all’ennesima manifestazione di superficialita’ ed arretratezza dei dinosauri editoriali. Specie le redazioni online si dimostrano continuamente approssimative ed impreparate su questi temi. I lettori piu’ attenti lo sanno e col tempo anche le masse scopriranno nuovi modi di informarsi in internet.

    • http://lucadelladora.com Luca Della Dora

      È verissimo Alessandro, però quei dinosauri dell’editoria sono letti dalla maggior parte della popolazione, quella parte che di determinati temi sa poco o nulla, e tende a fidarsi di ciò che gli viene detto. Una notizia del genere non è una notizia per gli addetti ai lavori o per utenti “evoluti”, ma lo è per la maggior parte degli italiani: anche quelli che decidono di affidarsi ad un’agenzia per la propria presenza online.

      Insomma, non-notizie come questa fanno male soprattutto a chi lavora in quest’ambito e lo fa in maniera etica e professionale.

  • http://twitter.com/lucavergano Luca Vergano

    Poco tempo fa e’ uscita una ricerca che sosteneva che anche i brand piu’ affascinanti, come Nike ad esempio, in realta’ avevano un livello di engagement bassissimo. Io ho sempre piu’ il sospetto che quelle che vogliamo chiamare “conversazioni” sono l’ennesima pippa di noi markettari. Alla fine la gente, per la maggior parte, non conversa. Al limite commenta una cosa. Quelli davvero “vocal” sono una percentuale minima. E se questo e’ vero, alla fine i vari Social Network non sono altro che una versione graficamente evoluta e piu’ flessibile degli RSS, un modo per stare informati.

    http://adage.com/article/digital/sexy-brands-struggle-low-engagement-facebook/232993/

    • http://lucadelladora.com Luca Della Dora

      Vero, ma è un fenomeno vecchio quanto i canali a cui ci stiamo riferendo. Non è una novità e non è detto che se l’engagement rate è basso i fan siano necessariamente acquistati: ci sono brand, come Nike appunto, che una persona segue, ma con cui magari non ha voglia di interagire per mille ragioni (che possono andare dalla scarsa attitudine della persona a farlo, al fatto che la pagina sia gestita in maniera poco coinvolgente – e magari questo non è il caso di Nike).

      I social media sono lo specchio della vita reale, e per alcuni aspetti sono simili alla politica: puoi portare milioni di figuranti in piazza, ma nel lungo periodo poi le cose non vanno come ti aspetti. Qualcuno lo sa bene.

      • http://twitter.com/lucavergano Luca Vergano

        No non intendevo che i fan siano acquistati, mi sono espresso male. Intendo dire che proprio perche’ i social network sono specchio della vita reale, temo che alla gente gliene freghi da qui a li dei brand. Se mi dai qualcosa di divertente da fare, allora metto anche un like, ma poco piu’. Altrimenti e’ come andare ai primi 20 minuti della manifestazione del primo maggio e poi buttarsi a bere al parco lambro.

        • http://lucadelladora.com Luca Della Dora

          Certo, infatti. Credo anche io che sia esattamente così, ed è questo il motivo per cui avere una brand page e riportare semplicemente dei contenuti non ha alcun senso: c’è bisogno di coinvolgere le persone e “attivarle” facendo far loro qualcosa, stimolandole e premiandole (non necessariamente con qualcosa di fisico, ma anche con un’esperienza).

          Altrimenti tanto vale fare un bel sito, investire tutto in banner e adv tradizionale e mettersi a contare le visite al sito.

  • Daniele Buzzurro
  • Federicox12

     Scusami, ma negli stessi articoli che linki ci sono ben più informazioni di quanto lasci a intendere tu.

    • http://lucadelladora.com Luca Della Dora

      Ciao Federico, perdonami, ma non ti seguo. Che informazioni ci sono? Che esistono società che vendono fan e follower? Che si possono comprare per pochi euro? Non mi sembra un’informazione, se non altro non mi pare nulla di nuovo né di interessante: chiaramente per i non-addetti ai lavori può esserlo, ma riportare una notizia del genere significa sputare sul lavoro di chi svolge la sua professione in altro modo.

      • Federicox12

        Ci sono molte cose che non sono nuove e interessanti, ma comunque non se ne parla poi tanto. Tu hai mai posto l’accento, su questo fenomeno che, anche se non riguarda un 80%, è comunque diffuso (a me anche un 10% mi risulta deprecabile e scorretto e dannoso per mondo social)?
        Il tuo mi sembra un minimizzare, e anche uno sviare l’argomento (che c’entra quanto vale il fan fasullo, il fatto è che comunque esiste come business e fenomeno).

        Non capisco perchè sia la notizia a sputare sul lavoro di chi svolge la sua professione correttamente, e non invece chi la pratica scorrettamente.

        Sarebbe come i tassisti che protestano se si dice che ci sono anche quelli che truffano i giapponesi. perchè, non lo fanno?

        • http://lucadelladora.com Luca Della Dora

          Fedrico, perché per quella che è la mia esperienza non ho mai conosciuto nessuno che lavori in un’agenzia che abbia comprato fan/follower. Certo che c’è chi lo fa, come ci sono quelli che falsificano le borse o i capi d’abbigliamento. 

          Il ruolo di un consulente (o di un’agenzia) è di spiegare che sono comportamenti scorretti e controproducenti, che non portano da nessuna parte: compri una giacca “taroccata”, e sai che ti durerà molto meno; compri fan, e sai che non porteranno valore alla tua presenza sul web.

          Io non voglio minimizzare nulla, come dici tu esiste sicuramente chi lo fa, ma dire implicitamente che le agenzie si comportano così, senza fare nomi, e che l’80% dei follower dei brand italiani sono fake, senza fare nomi di nuovo, mi pare un po’ sterile. Soprattutto se a riportare la notizia sono quotidiani autorevoli come quelli citati (e ora anche Repubblica), a cui ovviamente le persone credono.

          Non trovo sbagliato parlarne di per sé, trovo sbagliato parlarne come se fosse il trend del momento, e come fenomeno che riguarda tutti.

          • Federicox12

            Non è una cosa di cui ci si vanta con gli addetti ai lavori questa…

            Io lavoro in centro media, e di società che si occupano esplicitamente di questo servizio ne conosco 4 o 5. Con il loro famigerato COST PER FAN anche !!! Società italiane, conosciute, citate spesso, non oscuri siti americani.

            Inoltre, è molto facile infiocchettare queste porcherie in progetti più grandi, in modo da mimetizzarli.
            Propongo un progetto articolato, una campagna editoriale-stampa-banner-dem con rimando a FB, ci metto dentro una survey sulla soddisfazione degli utenti, e uso come parametro anche i fan acquisiti nel periodo di campagna. La campagna dura 2 settimane e come per magia ho 50k fan in più! E’ tutto merito dell’ottima attività adv ed editoriale fatta! o forse no…

          • http://lucadelladora.com Luca Della Dora

            Non ci siamo capiti. Non sto dicendo che non esistano, anzi! Lo so benissimo che ci sono, e ci sono da quando esistono FB e Twitter. Dico che le agenzie e i consulenti “seri” non se ne servono, o almeno ho avuto la fortuna di non aver mai incontrato nessuno che se ne sia servito.

            Che poi ci sia chi lo fa è certo, ma c’è anche chi ruba, chi si rivolge agli strozzini, o chi vende abbigliamento falso.

          • http://twitter.com/SuonatoreJones Antonio Severino

            Ciao Federicox12, intendi che queste società hanno un costo per fan, giusto? Più che altro perché – visto che parli di un centro media – cost per fan non significa “compro i fan” ma è un pagamento “a performance”: esempio, ti do 1000 euro per 1000 fan, fai la compagna come meglio credi… se ce la fai con 800 euro, buon per te, se gestisci male il budget e sfori, sono cavoli tuoi.

            Puntualizzo :-)

            (NON lavoro in un centro media)

  • T Kitano

    Bisogna anche ricordare che l’esimio professore che ha fatto questa affermazione è il gestore del sito forzasilvio.it sono cose che hanno la loro importanza

  • Dizeta

    concordo le agenzie serie ci sono e sono tante.
    Fortunatamente quelle con cui lavoriamo anche noi lo sono.
    Concordo, misurare le campagne a suon di followers o fan ė stupido ma lo sa chi ė del mestiere.
    Soprattutto concordo che generalizzare su questi temi ė dannoso quanto le truffe.
    Ma che sia uscito il tema sul corriere ė stato anche utile, perchė chi ė serio dia ragione delle campagne di engagement che fa e le aziende siano piú attente a chi hanno di fronte e ai temi in oggetto. Alla fine i nodi vengono al pettine.

  • Ospite

    Scusate se mi intrometto da profano, e forse anche da disilluso, ma dietro articoli del genere ho l’impressione che più che imperizia si celi del dolo, dal momento che certe testate stanno letteralmente crollando sotto il peso della riorganizzazione mediatica, e vedere che i clienti tradizionali disinvestono nelle metodologie tradizionali a scapito di “survey” su quelle nuove. Penso che questi siano dei tentativi in extremis di reindirizzare una parte della clientela corporate…

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