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Twitter è un po’ più vicino ai brand, e i brand a Twitter

Pochi giorni fa è stato fatto un ulteriore passo di avvicinamento nei confronti delle marche che vogliono investire su Twitter: è stato introdotto un form online da cui è possibile dichiarare che tipo di attività si intende svolgere per promuovere il proprio brand (promoted tweet, account, trend), quanto si desidera investire (tra i $10k e i $100k) e entro quando si desidera cominciare con la pianificazione.

Quando (o se?) verrà automatizzato il tutto – come accade su Facebook per le Ads, ad esempio – sarà veramente interessante capire se solo i grandi brand riusciranno a conversare con gli utenti – e a ottenere revenue – o se anche per i piccoli business sarà possibile pensare ad attività profittevoli (e sono convinto proprio di sì).

Ma cerchiamo di capire (con Eunju Lie di BusinessInsider) perché 30 big brand – del calibro di Nike, Best Buy, Starbucks, Disney tanto per citare i primi che mi vengono in mente – hanno deciso di fare da cavia per i promoted esperimenti di Twitter, ma soprattutto per quale motivo Facebook non va considerata l’unica opzione disponibile – e valida – nonostante generi il 78% del social media traffic (contro il 5% di Twitter), e abbia avuto una crescita di visitatori unici del 55.2% negli ultimi 12 mesi (per non parlare della fresca copertina del Time per Zuckerberg).

  • Twitter ha dalla sua 165 milioni di utenti registrati, che ogni giorno producono 100 milioni di tweet. Questi 165 milioni sono mediamente più inclini all’utilizzo della tecnologia, e anche maggiormente portati a condividere informazioni e notizie, a recensire e valutare prodotti e servizi, ma soprattuto a conversare con i brand, rispetto ai 585 milioni che popolano Facebook.
  • L’introduzione del side-panel – con NewTwitter – consente alle marche di appropriarsi di uno spazio interno a Twitter, potendo condividere i contenuti in modo veloce e diretto .
  • Twitter si integra con facilmente con applicazioni di terze parti: schedulare tweet con Hootsuite o cercare i profili più influenti con WeFollow sono solo due esempi.
  • Il limite dei 140 caratteri diventa un’ottima scusa per creare contenuti che invoglino gli utenti ad approfondire la “storia”, che li spingano insomma a scoprire cosa c’è dietro a quel breve messaggio.

Ci sono tuttavia anche alcuni punti di debolezza che vanno considerati.

  • Accedere a Twitter per la prima volta equivale a presentarsi ad un grande gala senza conoscere nessuno: all’inizio la sensazione di smarrimento è inevitabile, poi si inizia a capire chi ci sta simpatico e chi no, si cerca di intuire chi ha interessi simili ai nostri, si origlia un po’ per capire se ci sono in giro persone interessanti e via così. Sta poi all’utente – o alla marca – capire se ha senso intrattenere tante conversazioni spot, o se cercare di coltivare relazioni più articolate: insomma, non è così scontato che le conversazioni nascano, mentre è veramente facile farle morire.
  • La presenza massiccia di shortened url rende Twitter un luogo poco sicuro, visto che – potenzialmente – non si sa mai cosa si sta clickando. E da questo punto di vista Facebook sembra più affidabile, anche se il campanello d’allarme è già suonato anche per Zuckerberg e i suoi team.
  • La Fail Whale è la mascotte di un po’ tutti gli amanti di Twitter, ma per un brand che investe non è poi così simpatico trovarsela tra i piedi senza poterci fare nulla.

Insomma, sembra che, a 4 anni dalla sua nascita, sia giunto il momento della maturità per Twitter: la sua capacità di raggiungere target specifici è molto importantecome ci ricorda Seth Godin – e se già nel 2006 il 90% delle persone dichiarava che i propri processi d’acquisto erano influenzati da consigli e opinioni, beh, capiamo bene che uno strumento come Twitter può risultare potentissimo all’interno di determinate strategie.

Quello che non va mai scordato è che questi strumenti devono appunto essere visti come tali: sono i tasselli che vanno a comporre una strategia, e non loro la strategia stessa. Una volta compreso questo passaggio sarà più semplice per le marche conversare con i propri consumatori e intrattenere delle relazioni vere e proprie, che mettano la persona – e non il mezzo – al centro. E il modo in cui Twitter ha approcciato i business va proprio in questa direzione – quella della qualità dei contenuti e delle strategie – perché, pur pagando per i promoted-spazi, se questi non risultano rilevanti per gli utenti, vanno poi a morire vanificando ogni investimento, a prescindere dalla sua entità.

Che ne pensate? Siete d’accordo o pensate che sia giusto focalizzare l’attenzione sui numeri anziché sulla fiducia (o sull’amore, come l’avevo provocatoriamente definito)? Avete in mente qualche esempio interessante da condividere di come questo rapporto sia stato creato tra brand e persone?

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